3 giugno 2026 – Quando due insegnanti decidono di portare i propri ragazzi, con un provvedimento disciplinare, a servire in una mensa per persone in difficoltà come Casa Nazareth, lo fanno perché credono che il contatto con la realtà sia una vera lezione di vita.
Per Caritas e per Casa Nazareth questa iniziativa vale molto: educare significa aprire gli occhi.
E i giovani, accompagnati con cura, sanno sorprendere.

Ne abbiamo avuto conferma parlando con Silvia Calabrese e Martina Balossi, docenti del CIAS Formazione Professionale di Como.

Le docenti Martina e Silvia

Da dove nasce il progetto?

«Ho frequentato per dieci anni l’Associazione Incroci – dice Silvia – durante il servizio della mensa serale, accompagnando le ragazze di quarta superiore. L’anno scorso, con la mia collega, abbiamo proposto ai nostri alunni del CIAS questa esperienza: poterla vivere di giorno era un vantaggio per ragazzi che arrivano da tutta la provincia».
«Sono volontaria per l’associazione BIR, Bambini in Romania – sostiene dal canto suo Martina – e presto servizio anche nelle carceri di Milano e Como e al dormitorio di via Borgovico (Piano Freddo, ndr). Grazie a Silvia e alla iniziativa della nostra scuola, abbiamo deciso di sensibilizzare i ragazzi sui temi del sociale, avvicinandoli quindi al mondo della mensa e di Caritas».

E quest’anno come si è evoluto il progetto e come si svolge il servizio?

«Le nuove direttive ministeriali – sottolinea Silvia – suggeriscono di tramutare le sospensioni in azioni socialmente utili. Così abbiamo coinvolto i ragazzi con un provvedimento disciplinare, valutandoli caso per caso: l’obiettivo del progetto è la crescita personale, non la punizione. Da settembre 2025 sono stati coinvolti almeno una ventina di ragazzi di seconda e terza superiore. Arriviamo pochi minuti prima dell’apertura del servizio in via Don Guanella. L’alunno viene sempre affiancato da un docente durante tutta la permanenza. Il nostro compito è quello di preparare i vassoi all’inizio della linea di distribuzione con le posate, i tovaglioli e i bicchieri. Poco prima della chiusura del cancello che si affaccia sul cortile, terminiamo il nostro servizio insieme ai volontari».

Cosa portano a casa i ragazzi?

«Una consapevolezza diversa – sostengono entrambe le docenti – Scoprono un mondo che ignoravano e che molti non immaginavano nemmeno. Molti dei nostri ragazzi provengono da fuori città e hanno così l’occasione per conoscere una Como nuova, con le sue persone che la abitano e la vivono. I nostri alunni ci hanno spesso detto di essersi sentiti utili. Per ragazzi fragili, sentirsi “utili” è qualcosa di potente. Una ragazza mi ha anche detto: “Prof, non bisogna fermarsi alla copertina del libro”, riferendosi a un ospite che ha conosciuto alla mensa. Altri alunni hanno invece raccontato che ora queste persone le “vedono”, mentre prima erano per loro invisibili».

Il programma ha dato frutti concreti?

«Assolutamente sì – afferma Silvia – Tanti ragazzi ci hanno chiesto di poter ripetere l’esperienza. Qualcuno ha persino detto che vorrebbe fare volontariato una volta finita la scuola».
«La sospensione vissuta così assume tutto un altro valore – ribadisce Martina – È importante sottolineare che la nostra scuola ha da tempo investito su queste tematiche e infatti la mensa non è l’unica realtà che conosciamo: abbiamo avuto occasione di essere ospiti da don Giusto Della Valle nella parrocchia di Rebbio, di partecipare alla iniziativa Como Pulita, di prendere parte alla raccolta per il Banco Alimentare. Grazie a queste preziose iniziative, i ragazzi vivono esperienze significative e successivamente ne parlano tra di loro e creano una sorta di effetto passaparola».

Ci sono stati momenti di difficoltà o nei quali gli alunni hanno incontrato delle fatiche?

«Gli ospiti sono più che raddoppiati rispetto a qualche anno fa – evidenzia Martina – e i ragazzi notano che il numero di accessi alla mensa è molto elevato. Qualche momento di nervosismo tra gli ospiti c’è stato, ma gli alunni hanno sempre reagito con calma e serenità».
«A me è successo che gli alunni mi raccontassero di essere stupiti del fatto che non sempre gli ospiti ringrazino – dice Silvia – Si domandano perché, con i volontari che dedicano il loro tempo libero a questo servizio, accadano queste dinamiche. Noi educatrici allora facciamo notare loro che il volontario non dedica il suo tempo per ottenere la gratitudine dell’“altro”, ma perché sa che ci sono persone che hanno bisogno di aiuto e questo aiuto loro hanno piacere di prestarlo indipendentemente dal “grazie”».
«Questi ragazzi hanno le loro fatiche, e vederne di altre li ha aiutati a vivere le proprie difficoltà con più consapevolezza – ricorda infine Martina – Chi li conosce davvero sa che i nostri alunni non sono “ingestibili”: sono intelligenti, sensibili, con un percorso di vita tutto loro».

La testimonianza di alcuni ragazzi

«Questa esperienza mi ha fatto capire che dare una mano al prossimo non ti cambia la vita, ma ti rende fiera del gesto che hai fatto»
Elisa, 16 anni

«È stata una bella esperienza, perché mi ha fatto capire quanto devo essere grato per ciò che ho».
Lorenzo, 16 anni

«Questa esperienza mi è piaciuta molto, perché mi ha fatto ragionare su quanto sono fortunato, mi sono confrontato con persone che hanno meno di me e che non riescono ad arrivare a fine mese e questo mi ha fatto pensare alle cose che ho io e ad apprezzarle sempre di più.
Infine, mi ha fatto piacere dare una mano a Casa Nazareth».
Nicolò, 16 anni

A cura di Gianluca Verdicchia, operatore Caritas diocesana
(Tratto da “il Settimanale della Diocesi di Como”)

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